Uso questo blog per pensare. Lo uso per arrabbiarmi per le cose non giuste. Lo uso per condividere il mio pensiero con chi voglia farlo. Non ho altro che abbia senso mettere in comune. Gionata

sabato 27 aprile 2019

Eroismo del runner e gratitudine


Passo davanti alla birreria. Tarda mattinata, già i primi aperitivisti si affacciano nel locale. Già aleggiano dibattiti su juve-inter, inutili quanto divertenti, o discussioni su chi sia il miglior bassista dell’era grunge, tra una IPA e l’altra. Che faccio, entro? Qui si decide l’intero weekend. Birrazza adesso vorrebbe dire niente corsa, forse stasera, ma non so. Domani figurati, c’è pure il Gran Premio.

Passo davanti, saluto, guardo dentro, non vedo conoscenti che potrebbero irretirmi, tiro dritto. Devo correre.

Ecco, l’eroismo era quello lì.

Le mie componenti commentano.

La panza: - meno male dai, che qui si sta già un po' stretti.

La coscienza: - ma che cazzo di eroe saresti? Eri lì dentro dodici ore fa.

E allora si va. Corsa lunga, propiziata da un sole non ancora troppo caldo. Pattuglie dei primi insetti mi scortano per lunghi tratti. Stranamente non ne mangio nessuno. Lungo i fossi, bestiole allarmate dal mio arrivo si gettano in acqua. Sono senza occhiali quindi è solo dalla grandezza dello “splof!” che capisco se si tratta di anatra, batrace, o milò.

Poi vedo una Honda XRD ibrida di traverso sulla riva di un fosso, color grigio topo. Strano però. Mi avvicino, il colore è cangiante. Non ha targa. Arrivo ancora più vicino. E’ coperta di pelo. Ah ok, era solo una nutria. Poi dicono che l’acqua dei fossi è inquinata.

Terdoppio spumeggiante vicino alla cascatella della chiusa. Schiuma vera, di acqua e aria, senza tensioattivi, meno male. La natura è benevola oggi, nei confronti del runner bolso ma determinato.

Si rientra stanchi ma orgogliosi della strada fatta. Ah, già, e la gratitudine? Essa, anzi, la mancanza della stessa, si rivela nella successiva riunione fatta con le varie parti del corpo:

cominciano le anche, che negli anni si sono sindacalizzate, specie quella di destra: - si vabbè ma guarda che non c’è scritto da nessuna parte che io debba fare tutta quella strada di corsa.

I piedi: - ma tu sei scemo, ma sai quanti sassi hai preso? Ma ci vedi?

Muscoli delle gambe: - adesso però per salire le scale ci pensano le braccia ok?

Il collo: - qui tutto bene, basta non girarsi né a destra né a sinistra né in alto né in basso.

Ma ragazzi, io l’ho fatto per voi!

Il cuore, sempre serio: - le faccio presente che io ho una garanzia chilometrica, qui secondo me abbiamo accorciato la durata temporale.

Il gomito sinistro: - vabbè, almeno stavolta non mi sei caduto sopra!

L’ernia del disco: - a posto dai, poi ti spiego bene quando ti siedi in macchina.

E il cervello? – ah, che figata la doccia. And now? Where is my alcohol?

Il mio corpo non mi merita.


martedì 22 gennaio 2019

L'orologio più grande


Per noi geologi il tempo si misura in un'altra maniera.

Non sono gli orologi, né i documenti antichi a scandire il passaggio del tempo geologico. Per misurare questo tempo profondo servono due cose. Prima un po’ di martellate, e poi un po’ di fisica nucleare.

Le martellate servono per rompere le rocce, guardare come sono fatte dentro, e capire quale roccia si è formata prima di un’altra. Si ottiene così un’idea del tempo relativa. Per esempio: questa roccia fatta di coralli pietrificati si è formata sopra a quest’altra, fatta di materiale vulcanico, e non il contrario.

Se si danno abbastanza martellate in giro per il mondo si può ottenere una scala del tempo relativa di tutte le rocce del mondo. E nei decenni, ci siamo arrivati, consumando tanti martelli.

Ma poi bisogna capire quanto sono vecchie veramente queste rocce. E qui bisogna telefonare ai fisici. Gli si dà un pezzo di roccia, con dentro i minerali giusti, e loro si chiudono in laboratorio. Non ci fanno entrare, perché hanno paura che rompiamo qualcosa.

Ma quando escono, con i numerini, si ottiene quello che vedete qui sotto. La carta Cronostratigrafica del mondo.

A parte i bei colori, questo è il più grande orologio del mondo, perché misura il tempo che è passato da quando esiste la terra. Gli strati più antichi, in basso a destra, in fucsia, hanno 4 miliardi e seicento milioni di anni. Non c’era vita, allora, e nemmeno aria respirabile. L’acqua sì, per fortuna. Da li, si sale verso il presente.

E noi dove siamo? In alto a sinistra, occupiamo il periodo Quaternario dell’era Cenozoica, e neanche tutto, siamo nella parte in giallino. Appena arrivati, si potrebbe dire. Abbiamo già fatto grossi danni, però, e se esisterà ancora vita intelligente sul pianeta tra qualche milione di anni, i geologi di allora vedranno le rocce di oggi e ci sarà una bella riga nera, fatta di fuliggine, scarti del petrolio e spazzatura, compressi.

E nella loro lingua sconosciuta commenteranno: lo vedi che coglioni che erano? Lo credo che si sono estinti.

mercoledì 2 gennaio 2019

La prima corsa dell’anno.



L’orgoglio avrebbe voluto piantare la bandierina sul 2019 già ieri, primo gennaio, e mi diceva di cambiarmi e andare a correre in campagna.

Fuori, un mondo grigio mi guardava esitante. Chiaramente l’anno non era veramente iniziato. Primo gennaio si, ma con calma. Riordinare casa dopo bagordi. Caffettino. Pisolo. Poi a sorpresa arriva un amico. Aiuta a sistemare, soprattutto a finire le bottiglie lasciate a metà della festa. Si piluccano gli avanzi. Si fa sera. Ciao la corsa. Quanti buoni propositi schiantati da quel che resta del Bollinger.

Ma oggi no, oggi è ufficiale. Giorno feriale per eccellenza, il 2 gennaio è sobrio, secco, solare. Si lavora, il 2 gennaio. Si fa colazione con un caffè nero, senza zucchero, si gira al largo da pandori panettoni, cremine varie, si aggira il vassoio dei gianduiotti, abbondantemente razziato dai figli nottetempo. E poi, se magari capita di uscire per qualche commissione, respirando l’atmosfera del pianeta, fredda e croccante, allora è chiaro. La giornata è stata ideata per correre.

Ma saranno due mesi, tra una cosa e l’altra. Ci vuole un quarto d’ora per trovare tutto l’occorrente (poco, invero: scarpe, calze, calzoncini, tshirt, teresina da vento, occhiali, timer, ma uno per ogni cantone della casa).

Tutto fatto. Partenza.

Sembra quasi di poter correre normalmente all’inizio, come se non avessi passato due mesi seduto, come se cene natalizie e festive non ci fossero state, laddove nella realtà è stata una sequela di pasti pantagruelici innaffiati in tutti i modi.

Ma poi mi cade l’occhio sulla mia ombra. E non corrisponde alla mia immagine mentale di un uomo che corre immerso nella natura. Sembra più il nonno di quell’uomo, che incede a fatica, bisognoso di soccorso. Decido di ignorare la realtà, che oggi tanto va di moda. Mi concentro su passo e respiro regolari. Guardo la campagna, mi piego al vento quanto basta, evito i punti in cui il ghiaccio della notte, con il sole del mattino ha sciolto la fanghiglia, creando superfici di scivolamento potenzialmente letali.
Non guardo il cronometro, che demoralizza la truppa. Proseguo nel sole, supero cascine, attraverso, con cautela, la statale, poi arrivo a salutare il mio vecchio amico, il Canale Cavour. Nelle sue acque una volta limpide ho imparato a nuotare. Nelle sue successive versioni, più putride, ho visto la mia prima carogna di animale. Ho gettato sassi che facevano fataflomp. Un’era fa. Oggi lo raggiungo e lo seguo, il passo rimane regolare, mi conduce verso casa.

Ci salutiamo, io e il canale, ma il mio passo si è fatto più leggero, ho rotto l’incantesimo, dal rospo zoppicante di prima per magia si è ora formato…un altro rospo, un po’ meno zoppicante. Allungando le falcate torno in città, sull’asfalto si va più veloci, si superano i giardini degli altri, si evitano i tombini mai perfettamente a filo con l’asfalto. Ed ecco lo schluss finale, rettilineo, su marciapiede di porfido. La mano corre per un automatismo al polso, per fermare il cronometro esattamente al passaggio sul traguardo. Oggi il tempo non conta, ma il dato va comunque archiviato, siamo uomini di scienza.

L’arrivo è di fronte all’agenzia di pompe funebri, che non si sa mai.

Non mi fermo, però. Vado avanti, camminando, ma a passo sostenuto. La bandiera è piantata. Il sole dell’avvenire brilla alto.

Eccomi, 2019.

mercoledì 26 dicembre 2018

2018. La Grande Menzogna.


Come siamo finiti qui?

Negli scorsi anni ho spesso pensato e scritto a proposito di verità e menzogna, perché vedevo le nuvole della tempesta accumularsi all’orizzonte, cariche di conseguenze.

Ho visto, e molti altri come me, nascere una cultura per cui non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che mi va bene.

Perché è diventato di parte cercare di stabilire la realtà fattuale? Perché non è un valore di tutti? Oggi che la scienza e la comunicazione permettono a quasi tutti gli esseri umani di ottenere quantità enormi di informazioni, oggi più che mai abbondano le menzogne. L’esortazione a andare a controllare notizie o teorie false cade quasi sempre nel vuoto. Io che butto parte del mio tempo sui social networks, posso dire che solo due volte in anni recenti qualcuno da me avvertito che stava postando delle falsità ha deciso di cancellare i post relativi. Tutte le altre menzogne sono rimaste lì, ad affogare nel mare di altre falsità dei social networks.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a tempi recenti la menzogna, la falsificazione scientifica dei dati, ha avuto come principale scopo quello di vendere prodotti e arricchirsi. Le sigarette non fanno male, il mio shampoo è migliore, il DDT uccide solo le erbacce. Ma oggi i prodotti che La Grande Menzogna vende sono cambiati. Adesso ci vende “Leaders”. Personaggi politici con un programma.

La Grande Menzogna funziona così: il “Leader” martella su un problema, che egli presenta come il problema principale della “gente”. Propone una soluzione, molto semplice.

Di solito il problema o è falso, o non è così grave, e la soluzione che il “Leader” propone non serve, o non funziona. Ma va bene così. Dato che il problema era falso, una soluzione falsa va benissimo.

Era già successo altrove in questi anni: i Britannici sono stati ingannati durante il voto sulla famigerata Brexit. Li hanno convinti che con la Brexit sarebbe stato interrotto il flusso di “stranieri” verso il Regno Unito, e ci sarebbe stato un maggiore benessere perché l’Europa avrebbe smesso di “succhiare sangue” alla Gran Bretagna. Questo benessere era anche quantificato: 350 milioni di Sterline alla settimana, che sarebbero stati riversati nel sistema sanitario nazionale (NHS). Metà degli inglesi ci ha creduto.

Cos’è successo? Beh, intanto il flusso di “stranieri” ovvero persone da India, Pakistan e Caraibi, non aveva niente a che fare con la UE. C’era stato in anni passati in effetti un periodo di forte immigrazione dalla Polonia, ma era già stato messo sotto controllo. Adesso cosa sta succedendo? Che il flusso di decine di migliaia di giovani laureati europei che ogni anno arricchisce l’Inghilterra rischia di interrompersi. Avevano la crema della gioventù Europea. Ora se ne vanno altrove.

E i milioni al sistema sanitario? Niente, zero. Tagli alla sanità.

Oggi la gente lo sa. Ma ha cambiato idea? Non lo so. Io temo che la scelta profonda sia stata: io non sopporto i Pakistani, quello non sopporta i Pakistani, voto lui. Il vero, il reale, non c’entrano più nulla. C’entra solo l’odio.

Cos’è successo all’America che ha scelto Trump è agli onori delle cronache, e non mi dilungo sull’argomento.

Ma intanto il trucco è riuscito, i “Leaders” che hanno sfruttato La Grande Menzogna sono in sella.

Per trovare esempi simili di falsificazione della realtà alla grande scala bisogna tornare indietro di 80 anni, quando nacquero i più atroci regimi totalitari del mondo. Il regime fascista obbligò gli scienziati italiani a sottoscrivere il Manifesto della Razza, la peggiore falsità scientifica mai pubblicata in Italia dopo l’abiura di Galileo, per giustificare poi le leggi razziali. Stalin faceva non solo uccidere ma addirittura sparire dalle fotografie e dagli archivi dei giornali i suoi oppositori politici. Hitler aveva costruito una macchina propagandistica che riuscì a marginalizzare così efficacemente gli ebrei dalla società tedesca che, quando iniziarono a sparire, la gente riuscì per un bel pezzo a fare finta di niente.

Ora quei regimi non esistono più, ma quelle tecniche di propaganda non sono morte con loro. Come l’Anello di Sauron, sono rimaste in quiete per decenni, fino a quando non è giunto il momento propizio.

Adesso, nel 2018, finalmente siamo arrivati alla fine anche in Italia. La Grande Menzogna splende su di noi. Siamo entrati, come dice il motto di questo blog, in “a period of consequences” ovvero adesso ci siamo. La Grande Menzogna è qui e ne possiamo toccare le conseguenze.

Cosa sta succedendo? Una parte dei nostri nuovi “Leaders” ha propagandato l’interruzione del flusso migratorio verso l’Italia. Tante persone in difficoltà ci hanno creduto. Solo che il terribile flusso, che era in effetti stato abbastanza intenso negli anni passati, si era già interrotto prima, per una serie di motivi. Cosa è rimasto da fare ai “Leaders” se non accanirsi sui relativamente pochi migranti rimasti in mezzo al mare, per mostrare i propri muscoli? Questa mancanza di umanità viene spacciata per forza, ma in realtà è vigliaccheria. La pagheranno? Non lo so.

I “Leaders” hanno anche promesso di rimpatriare mezzo milione di migranti. Era una falsità e infatti non sta succedendo. Cosa diranno i loro elettori? In questi giorni ho sentito con le mie orecchie gente dire “ah finalmente da quando c’è Salvini non ci sono più in giro tutti quei negri”. Che non è vero.

Poi i “Leaders” hanno promesso un miracolo economico: fornire un reddito a tutti. Un reddito più alto dello stipendio attuale di molte persone specie nel sud dell’Italia.

Adesso sta risultando chiaro che ciò è impossibile. I “Leaders” per un po’ cercheranno di rastrellare soldi dappertutto, tagliando tanti investimenti anche utili, per mantenere in piedi almeno nominalmente quella promessa illusoria. Non ci riescono lo stesso. Cosa venderanno allora ai loro elettori? Che è colpa dell’Europa? Può darsi.

Che costoro riescano a rimanere in sella per un periodo più o meno lungo non è la cosa più importante o più grave.

Quello che è grave è la ferita alla capacità dei cittadini di pensare autonomamente e riconoscere il falso dal vero.

Questo modo di fare strame della verità, dell’oggettività scientifica, dell’etica del lavoro, dell’onesta intellettuale, tutto bruciato sull’altare della propaganda, ha tirato fuori il peggio da molti di noi. E va a braccetto con l’altro vulnus causato dal ventennio berlusconiano appena terminato, che ha insegnato agli italiani che essere furbi è più importante che essere onesti. E che bisogna raggiungere il potere per diventare intoccabili. I vecchi politici che intendevano la politica come responsabilità riposano nelle loro tombe.

Nel 2018, La Grande Menzogna in Italia è esposta. Il re è nudo e possiamo vedere quanto ci abbia preso in giro, per poter diventare re.

Se apriamo gli occhi.




domenica 23 settembre 2018

Gettare il ponte insieme all’acqua sporca


E’ importante sforzarsi per trovare ispirazione anche quando le cose vanno male.

Il nuovo clima politico, per chi ha un’idea “alta” della politica, è desolante. Sfruttando l’insoddisfazione e la paura delle persone, sono arrivati al potere gruppi politici che basano il loro successo sullo stimolare le pulsioni più basse dell’uomo, l’odio, l’invidia, usando la tecnica di proporre il capro espiatorio come risoluzione dei problemi. Non “come fare” ma “a chi dare la colpa?” è il messaggio dominante.

Nonostante questa apparente povertà umana, è fondamentale andare a cercare con la lanterna gli spunti che possono servire domani, quando questo periodo confuso sarà finito. E quindi ho individuato due aspetti interessanti, uno tecnico e uno ideale, che sono emersi dal triste accavallarsi di urla sguaiate che ha seguito la caduta del ponte Morandi a Genova.

Li ho trovati nelle parole di uno dei più improbabili esponenti dell’attuale governo, il ministro Toninelli.

Lo so, molti inorridiranno al pensiero. Egli si è distinto soprattutto per quel sorrisetto freddo, come per dire: è vero, non sono competente, ma ormai mi avete votato e adesso comando io. E per avere sparato moltissime castronerie su colpevoli, risarcimenti e sulla ricostruzione, che si illude di poter assegnare a chi vuole senza fare gara d’appalto, o magari facendo valutare i progetti tramite televoto.

Eppure, in questo rumore di fondo di scempiaggini, a un certo punto sono uscite due considerazioni importanti.

La prima è tecnica: Toninelli ha menzionato l’idea di dotare le nostre infrastrutture di sensori che permettano di capire se ci sono pericoli imminenti.

Questa idea non solo è tutt’altro che stupida, ma non è nemmeno nuova. E’ già utilizzata per monitorare manufatti di una certa età che siano tuttora in servizio, in vari paesi. La tecnologia per farlo esiste già. E’ testata, è applicata in una miriade di usi, e costa abbastanza poco.

Ci sono i sensori, i sistemi di invio dei segnali e le piattaforme per l’acquisizione degli stessi. Ci sono ormai anche le risorse software e di analisi dati che permettono di automatizzare tale monitoraggio e di inviare dati e allarmi dove e quando serve in maniera istantanea.

Rifare le nostre infrastrutture, in gran parte nate durante il boom economico degli anni 50-70, sarà un processo lungo e costoso, lo si dovrà fare, ma non avverrà subito. Quello che si può fare subito è cablare le infrastrutture esistenti, collegarle a centri decisionali semi-automatici, e a semafori, sirene, sistemi di messaggistica che avvertano per tempo se un manufatto sta per cedere. In certi casi basta essere avvertiti pochi secondi prima per evitare tragedie.

Il secondo aspetto è di tipo ideale. Toninelli ha parlato in questi giorni di un ponte che non sia solo un modo per arrivare da A a B ma che sia anche vivibile. Tutti a ridergli dietro. E’ normale, quando dici troppe scemenze poi nessuno ti prende sul serio.

Ma il valore dell’idea rimane. Noi continuiamo a chiamare l’Italia “Il bel paese” per la straordinaria concentrazione di bellezze sia naturali sia antropiche che ci arricchisce (e che noi sfruttiamo in minima parte). Ma in questi decenni di grande sviluppo, il paese si è riempito di non-luoghi (non-lieu, Augè, 1992) in cui spesso passiamo una fetta significativa della nostra vita. Sono caselli e ponti autostradali, rotonde stradali, fermate del bus, che insieme a tante tragiche bifamiliari costruite con il geometra che faceva da architetto, e a palazzine popolari tirate su in fretta e a basso costo costituiscono il nostro habitat.

Che nel costruirne di nuovi si debba cominciare a pensare alla loro abitabilità, all’impatto visivo che accoglie tutti i giorni chi ci vive, al modo in cui si integrano con l’ambiente esistente, è sacrosanto.

Già oggi l’iniziativa privata lo fa, e ne sono riprova i tanti centri commerciali, il cui crudo scopo (attirare le persone perché spendano lì i loro soldi) è ingentilito da ambienti gradevoli. Prima erano capannoni. Non che a me piacciano, mi viene l’ansia a entrarci, ma mi rendo conto che la gente spesso ci va perché trova cose che in giro per la città spesso non ci sono più: comfort, pulizia, sicurezza, toilettes.

E quindi si può pensare un ponte che non sia solo un ponte, un mostro di cemento e acciaio che incombe sulle teste della gente. In questo caso senza secondi fini, diversamente dagli shopping malls.

Non saranno gli attuali governanti a farlo, troppo impegnati a propagandare regalie miliardarie e severità contro i deboli, ma raccogliamo le idee buone, e mettiamole da parte. Non gettiamo il ponte insieme all’acqua sporca.

lunedì 13 agosto 2018

Meno male che ci sono gli zingari


I fuckin’ hate Pikeys” (“gli zingari mi stanno sul cazzo”) lo ripetono, a turno, quasi tutti i personaggi nel film “Snatch”, di Guy Ritchie.

Tali personaggi appartengono tutti al sottobosco criminale di Londra: sono ladri, buttafuori, ricettatori, assassini, tirapiedi e rapinatori. Però quando si parla di zingari, sono tutti d’accordo. I fuckin’ hate Pikeys.

Nel film, la battuta, proprio perché si ripete, è esilarante. Non ha uno scopo politico. Ma io a un certo punto, avendo visto il film diverse volte, mi sono chiesto il perché.

Uno dice, eh certo, questi rubano, vivono ai margini della società, chiedono la carità, eccetera. Ok. Ma allora perché i criminali, che non conducono certo un’esistenza più retta o regolare, perché anche loro odiano gli zingari?

Io credo che c’entri con il fatto che gli zingari sembrino ostentare orgogliosamente questa scelta di vita ai margini, un po’ parassitaria, la mostrano nei modi, nella lingua ostinatamente diversa, nei colori, nel vestire delle donne, nell’abitare in sistemazioni temporanee, nel rifiutare le regole degli altri.

Può sembrare una scelta politica, e forse è per questo che anche i criminali li odiano. Il criminale evidentemente accetta le regole della società, e sa bene di infrangerle, ma solo nella misura in cui gli serve, poi rientra nei canoni e cerca di vivere come i normali, non vuole essere riconosciuto come criminale. Anche per lui la sfida che pone lo zingaro evidentemente è una provocazione troppo forte.

Gli zingari ci forniscono l’opportunità di essere, almeno una volta, nel giusto. Non importa quanto insignificante possa essere la nostra vita. Lo zingaro è sicuramente fuori dalle regole del vivere comune, e quindi è peggio di noi. Noi siamo dalla parte della legalità e della rettitudine.

E’ una bella consolazione, soprattutto per chi è frustrato, invidioso, per chi è pieno di rancore perché le cose non gli vanno come vorrebbe, avere qualcuno che sta di là della barriera, mentre noi siamo di qui, tra i Giusti. Siamo nella squadra vincente.

Naturalmente è anche una grande opportunità per politici senza scrupoli. Niente di più facile che inveire contro gli zingari, per ottenere un po' di consenso elettorale. Nessuno si opporrà. Nessuno difenderà i colpevoli, perché sono sicuramente sempre colpevoli, se non stanno commettendo un reato ora, ne hanno commesso di certo uno ieri, o lo faranno domani. Anzi, i politici avversari, se non saranno altrettanto veementi nell’attaccare gli zingari, verranno percepiti come “buonisti” o senza spina dorsale.

Si crea una spirale di odio che di solito è fortunatamente innocua. Nessuno poi fa nulla. Il politico senza scrupoli non ha alcun interesse a che gli zingari non ci siano più, perché poi dovrebbe trovarsi un altro oggetto da far odiare alla gente, di un odio puro, sacro, retto, che nessun altro nemico può garantire. In fondo esistono anche negri buoni, froci buoni, ma non zingari buoni.

Il politico senza scrupoli solo occasionalmente si organizza davvero contro gli zingari. Ne nascono, in quelle fortunatamente rare occasioni, i pogrom, gli stermini, che caratterizzano le dittature più feroci, quelle degli zar delle Russie o quella nazista.

Di solito invece il politico senza scrupoli si contenta di creare questo malessere organizzato, sotto forma di odio etnico-culturale, che gli garantisce l’unica cosa che gli interessa, ovvero di rimanere a galla.

Uno potrebbe dire: - eh, però, tutti i politici puntano a quello a rimanere al potere, a galla.

Certo, sicuramente l’ambizione personale spinge fortemente i politici che eleggiamo. Ma non tutti scelgono di coltivare l’odio, di farci diventare gente peggiore, per i loro scopi. Io penso che la linea che divide la civiltà che potremmo essere e la tribù che rischiamo di diventare passa proprio di qui. Da quello che i nostri rappresentanti sono disposti a fare per ghermire il nostro voto e dal fatto che noi ci caschiamo oppure no.

martedì 15 maggio 2018

Chi ha paura e chi no


Il mio unico lettore l’altro giorno si è lamentato.

Dice che le cose succedono, e questo blog tace.

Ha ragione; per quanto possa essere poco significativa l’attività di questo blog, essa è ferma, mentre il suo autore si infiamma tutti i giorni a discutere della cronaca minuta sui social networks.

Perché dunque, il blog tace su qualche cosa che evidentemente accende il mio interesse?

Io credo per non sporcare il blog.

Quello che sta succedendo in Italia è grottesco. E in fondo non è nemmeno importante. Io ho cercato, non sempre riuscendovi, di parlare di cose che ritenevo più grandi delle meschinità del sottobosco della politica. Diciamo il contrario di Dagospia (anche dal punto di vista dell’”audience”…). E quello che sta succedendo adesso è roba di bassa lega.

Negli scorsi mesi ho cercato di capire perché le persone si comportino in un certo modo. Chi avesse voglia di rileggersi i post degli ultimi due anni troverà che spesso mi sono chiesto queste cose, trovando anche qualche spiegazione. Sempre alla ricerca di una teoria generale, ma tenendo conto dei dati sperimentali, da uomo di scienza quale vorrei essere.

In tutto questo, l’informazione, la cronaca, sono solo rumore, che impedisce di sentire, coprendolo, il suono della storia. Vanno scartati.

Questo vuole dire che io abbia la presunzione di capire l’uomo? Non direi. Ma almeno cerco di arrivare a comprendere qualche meccanismo profondo e importante e collegarlo ai suoi effetti, invece di incazzarmi ogni volta che una persona spregevole e dannosa viene eletta dai suoi concittadini.

Iniziamo con il dire che molti timori della classe media e medio-povera dei paesi sviluppati sono fondati.

Hanno paura di perdere quello che hanno ottenuto, in termini di benessere e diritti. Hanno paura di perderli a favore degli stranieri. E in parte è vero. Sta già accadendo. Nel mondo, la ricchezza dell’occidente si è per secoli appoggiata sulla povertà degli altri. Adesso gli altri, affrancatisi politicamente, conquistato il diritto sacrosanto di competere con noi. Vogliono la loro fetta di torta. Questo fenomeno di riavvicinamento, di superamento della dicotomia Nordovest ricco – resto del mondo povero, infatti è in parte già avvenuto, continuerà e nulla lo arresterà. Si tratterà soprattutto di controllare il fenomeno e impedire che si porti via diritti e civiltà.

In parte però, in buona parte, il benessere viene eroso dall’alto. Dalla classe dominante dei paesi ricchi. Che in questi anni, diciamo dal Reaganismo-Thatcherismo in avanti, ha spolpato le sue classi medie per diventare sempre più ricca e potente, dato che il mercato esterno non gli bastava più. Ecco, i cittadini dell’occidente ricco non si sono accorti di questo fenomeno. Anzi, la classe dominante ha manovrato per concentrare l’attenzione sugli altri, i paesi e le persone del resto del mondo, che richiedono la loro parte. E non lo fanno per chissà quale grande complotto mondiale dei ricchi. Si tratta della semplice sommatoria delle piccole, cieche ingordigie di ognuno.

Quindi la preoccupazione della gente è fondata. Ma questo è il punto in cui vengono fregati.

Molti approfittatori e parassiti hanno capito che le reazioni delle persone sono più controllabili se hanno paura. Si tratta di un puro processo neurologico. Quando il cervello percepisce una condizione di pericolo, il controllo delle decisioni viene preso dal cervelletto, la parte più antica dell’organo, quella che condividiamo con gli altri mammiferi meno “intelligenti”. E’ quella predisposta a prendere le decisioni istintive basate su pochi principi molto semplici. La paura è il principale, legata all’istinto di sopravvivenza. Quando comanda il cervelletto, la corteccia cerebrale, dove si formano i nostri pensieri più avanzati, i ragionamenti più complessi, è tagliata fuori. Torniamo animali.

Quindi bisogna instillare la paura. Chi ha paura acquisterà i beni che la fanno passare. Comprerà i giornali e seguirà i canali televisivi che confortano i suoi pregiudizi. Voterà chi grida più forte e indica l’oggetto delle paure. Indica il nemico.

Naturalmente il nemico deve essere qualcuno di alieno. Di diverso da noi. Se ha caratteristiche fisiche diverse, meglio. E’ più identificabile. La paura ci si attacca come un’etichetta.

Il cervello, la corteccia cerebrale, ci dice: dovresti avere paura di chi ti sta impoverendo. Chi è già molto ricco, le grandi aziende multinazionali per esempio, i grandi investitori, così grossi da controllare le banche e la politica degli stati.  Dovresti avere paura degli stati non democratici, che mirano al potere e alla ricchezza con mezzi non leciti. Ma il cervelletto non ascolta, perché ha paura. E sbaglia la mira: se la prende con i poveracci, perché sono diversi, se la prende con chi spiega il problema, la scienza, perché non la capisce, se la prende con gli enti internazionali, come la UE, perché sono complessi.

La paura è contagiosa. Hanno paura i ricchi, hanno paura i poveri. In ogni caso, vince la parte animale.

Oggi siamo divisi tra chi ha paura e chi non cel’ha. E solo chi non cel’ha pensa liberamente.

Come si sconfigge la paura? Come si torna liberi?